Donde
traggono la forza necessaria per la loro
faticosa esistenza? Per salire i sentieri
petrosi con le gerle colme sul dorso, per far
figli, per mangiare perfino? Dal senso di
continuità, di necessità, che infonde loro lo
spettacolo degli alberi che rinverdiscono ogni
anno, la vista del campiello e della chiesetta,
la spiegazione del Vangelo che ascoltano ogni
domenica. Si son sentiti dire che l’occhio di
Dio è su di loro, indagatore e quasi ansioso;
che intorno a loro è stato costruito il grande
teatro del mondo perché vi facciano buona prova
recitando ciascuno la grande o piccola parteche
gli è assegnata……Come la prenderebbero ora, se
andassi a dirgli che vivono su un frammento di
roccia che rotola ininterrottamente attraverso
lo spazio vuoto e gira intorno ad un’astro, uno
fra i tanti, e neppure molto importante? Che
scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro
sopportazione di tanta infelicità? Quella Sacra
Scrittura che tutto spiega e di tutto mostra la
necessità: il sudore, la pazienza, la fame, l’opprressione,
a che potrebbe ancora servire se scoprissero che
è piena di errori? No: vedo i loro sguardi
velarsi di sgomento, e il coltellaccio cadere
sulla pietra del focolare; vedo come si sentono
traditi, ingannati. Dunque, dicono, non c’è
nessun occhio sopra di noi? Siamo noi che
dobbiamo provvedere a noi stessi, ignoranti,
vecchi, logori come siamo? Non ci è stata
assegnata altra parte che di vivere così, da
miserabili abitanti di un minuscolo astro, privo
di ogni autonomia e niente affatto al centro
delle cose? Dunque la nostra miseria non ha
alcun senso, la fame non è una prova di forza, è
semplicemente non aver mangiato! E la fatica è
piegar la schiena e trascinar pesi, non un
merito! Così direbbero; ed ecco perché nel
decreto del Sant’Uffizio ho scorto una nobile
misericordia materna, una grande bontà d’animo.
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