Assassini di donne nell’Antica Roma

Uno studio sulle iscrizioni funerarie ha ricostruito le storie di alcune donne assassinate dai mariti.

Di Prima Florenzia, vissuta al tempo della Roma imperiale, non si sa praticamente nulla. Non c’è modo di capire cosa possa aver spinto il consorte a ucciderla e se fu poi condannato per l’orrendo delitto.

L’unica cosa rimasta della sua triste sorte sono le poche righe fatte incidere dalla famiglia in una iscrizione funeraria ritrovata nella necropoli di Isola Sacra a Fiumicino dove abitava: “Restuto Piscinese e Prima Restuta posero a Prima Florenzia, figlia carissima, che fu gettata nel Tevere dal marito Orfeo. Il cognato Dicembre pose. Ella visse sedici anni e mezzo”.

A riportare alla luce questa storia è uno studio condotto da Anna Pasqualini, docente di Antichità romane per oltre 40 anni tra l’università dell’Aquila e quella di Tor Vergata.

Analizzando lo sterminato corpus di epigrafi latine ritrovate nei territori in cui si estendeva l’impero (in tutto circa 180 mila), l’archeologa ha ricostruito una serie di casi di femminicidio dell’antica Roma. Un’indagine che mostra come la nostra società – in tema di violenza sulle donne – non sia poi così cambiata nel corso del tempo.

GIULIA, PONZIA E LE ALTRE
Dall’oblio dei secoli è riemersa anche la vicenda di Giulia Maiana, che viveva nell’odierna Lione. “Donna specchiatissima uccisa dalla mano di un marito crudelissimo”, la definisce l’epitaffio commissionato dal fratello Giulio Maggiore e da suo figlio Ingenuinio Gennaro. Anche di lei si sa poco, se non che fu sposata per 28 anni ed ebbe due figli che, quando fu ammazzata, avevano 18 e 19 anni. Una lunga casistica che contempla anche casi di rapine finite nel sangue, come la piccola e “sfortunatissima Giulia Restuta, uccisa a dieci anni a causa dei gioielli” che indossava.

«Si tratta di tutte donne della classe media, le cui famiglie potevano permettersi almeno una piccola epigrafe» spiega Pasqualini. «Possiamo presumere tuttavia che nelle fasce più povere della società la situazione fosse ancora peggiore, visto che storicamente i comportamenti degli strati superiori si riflettono sempre all’ennesima potenza in quelli inferiori».

Non mancano nemmeno casi di femminicidio che vedono protagonisti personaggi celebri o donne ricche, tanto da essere citati perfino dagli autori classici. E se nelle sue Confessioni Agostino di Ippona riferisce delle numerose donne che addosso “portavano segni di percosse che ne sfiguravano addirittura l’aspetto”, lo storico Tacito racconta negli Annali la storia di Ponzia Postumina, vissuta al tempo di Nerone, indotta “con ricchi doni all’adulterio” dal tribuno della plebe Ottavio Sagitta e poi ammazzata al termine di una notte di passione trascorsa fra “litigi, preghiere, rimproveri, scuse ed effusioni”. Riconosciuto colpevole, Sagitta fu condannato per omicidio all’esilio su un’isola e dopo 13 anni – nel 70 dopo Cristo – poté rientrare a Roma grazie alla revoca del bando emesso nei suoi confronti.

Chi invece scampò del tutto alla condanna – probabilmente grazie agli agganci politici – fu il retore Erode Attico (la vicenda è raccontata da Filostrato nelle Vite dei sofisti), che fece picchiare dal proprio liberto Alcimedonte la moglie Annia Regilla, colpevole ai suoi occhi di chissà quale mancanza. La donna, all’ottavo mese di gravidanza, morì a causa di parto prematuro indotto dalle percosse ma Erode, portato in giudizio dal cognato Bradua, fu assolto per insufficienza di prove.

Una storia che ricorda da vicino quella di Poppea, moglie di Nerone, anche lei morta durante la gravidanza a causa di un calcio in ventre sferratole dall’imperatore, che peraltro aveva già fatto uccidere la madre Agrippina e la prima moglie Ottavia.

DIVORZIO E STALKING AL TEMPO DELL’IMPERO

Su alcuni aspetti, però, la società romana era assai più avanzata della nostra. E se la Repubblica italiana ha dovuto attendere fino al 1970 per vedere l’introduzione del divorzio, nell’antica Roma bastava che uno dei due coniugi dichiarasse conclusa la “affectio maritalis” (la volontà di essere sposati) perché il matrimonio venisse sciolto. Circostanza ricorrente nelle classi agiate, come mostrano i casi di molte donne cantate da poeti – dalla Lesbia di Catullo alla Cinzia di Properzio – che cambiavano marito a ogni piè sospinto ed erano molto libere. Anche sessualmente, come mostra il caso di Eppia, moglie di un senatore dell’età di Nerone che – racconta Giovenale – lasciò la famiglia e fuggì con un gladiatore di cui si era innamorata.

Le donne ricche infatti non avevano peso politico né diritto di voto ma dal punto di vista economico erano abbastanza privilegiate: potevano ricevere eredità proprio come gli uomini e possedere beni in proprio, anche se avevano bisogno di un tutore maschio. Sebbene, con vari escamotage, riuscissero ad avere una quasi completa libertà d’azione. E se in epoca repubblicana l’ideale muliebre prevedeva che la donna si limitasse a badare alla casa, ad allevare i figli e a dedicarsi al lavoro della lana, in età imperiale acquisirono margini di autonomia abbastanza ampi, tanto che durante il principato di Augusto c’erano anche quelle che esercitavano l’attività di avvocato.

Insomma, una società in cui la violenza era incomparabile rispetto ai nostri standard ma anche così evoluta da prevedere – a partire dal II secolo avanti Cristo – una legge per perseguire il corteggiamento troppo insistente: si chiamava edictum de adtemptata pudicitia e a suo modo può essere considerato l’antenato dello stalking. Un reato meno grave, però, se la vittima era una schiava, vestiva come tale o come una prostituta (a prescindere se lo fosse effettivamente).

Segno, osserva Pasqualini, che già in epoca romana la presunta provocazione femminile dovuta all’abbigliamento costituiva per l’uomo quella discolpa che ancora oggi viene invocata (e a volte riconosciuta) nei tribunali. D’altronde di che meravigliarsi, se fino al 1981 il codice penale in Italia ancora riconosceva delle attenuanti al delitto d’onore?

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