Poesie

Bertolt Brecht

Dall’ Opera Teatrale “Vita di Galileo”

Galileo:
Una della principali cause della miseria delle scienze stà, molto spesso, nella loro presunzione di essere ricche.
Scopo della scienza non è tanto quello di aprire una porta all’ infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza.

Fulgenzio:
Capisco la vostra amarezza. Alludere a certi poteri straordinari di cui dispone la Chiesa.

Galileo:
Chiamateli pure strumenti di tortura.

Fulgenzio:
Ma non si tratta solo di questo. Permettete che vi parli di me? Sono cresciuto in campagna, figlio di genitori contadini: gente semplice, che sa tutto della coltivazione dell’ulivo, ma del resto ben poco istruita. Quando osservo le fasi di venere, ho sempre loro dinanzi agli occhi. Li vedo seduti, insieme a mia sorella, sulla pietra del focolare, mentre consumano il loro magro pasto. Sopra le loro teste stanno le travi del soffitto, annerite dal fumo dei secoli, e le loro mani spossate dal lavoro reggono coltelluccio. Certo, non vivono bene; ma nella loro miseria esiste un ordine riposto, una seri di scadenze: il pavimento della casa da lavare, le stagioni che variano nell’uliveto, le decime da pagare…… Le sventure piovono loro addossocon regolarità, quasi seguendo un ciclo.
La schiena di mio padre non s’è incurvata tutta in una volta, ma un poco più ogni primavera, lavorando nell’uliveto: allo stesso modo che i parti, succedendosi a intervalli sempre uguali, sempre più facevano di mia madre una creatura senza sesso.

Donde traggono la forza necessaria per la loro faticosa esistenza? Per salire i sentieri petrosi con le gerle colme sul dorso, per far figli, per mangiare perfino? Dal senso di continuità, di necessità, che infonde loro lo spettacolo degli alberi che rinverdiscono ogni anno, la vista del campiello e della chiesetta, la spiegazione del Vangelo che ascoltano ogni domenica. Si son sentiti dire che l’occhio di Dio è su di loro, indagatore e quasi ansioso; che intorno a loro è stato costruito il grande teatro del mondo perché vi facciano buona prova recitando ciascuno la grande o piccola parteche gli è assegnata……Come la prenderebbero ora, se andassi a dirgli che vivono su un frammento di roccia che rotola ininterrottamente attraverso lo spazio vuoto e gira intorno ad un’astro, uno fra i tanti, e neppure molto importante? Che scopo avrebbe tutta la loro pazienza, la loro sopportazione di tanta infelicità? Quella Sacra Scrittura che tutto spiega e di tutto mostra la necessità: il sudore, la pazienza, la fame, l’opprressione, a che potrebbe ancora servire se scoprissero che è piena di errori? No: vedo i loro sguardi velarsi di sgomento, e il coltellaccio cadere sulla pietra del focolare; vedo come si sentono traditi, ingannati. Dunque, dicono, non c’è nessun occhio sopra di noi? Siamo noi che dobbiamo provvedere a noi stessi, ignoranti, vecchi, logori come siamo? Non ci è stata assegnata altra parte che di vivere così, da miserabili abitanti di un minuscolo astro, privo di ogni autonomia e niente affatto al centro delle cose? Dunque la nostra miseria non ha alcun senso, la fame non è una prova di forza, è semplicemente non aver mangiato! E la fatica è piegar la schiena e trascinar pesi, non un merito! Così direbbero; ed ecco perché nel decreto del Sant’Uffizio ho scorto una nobile misericordia materna, una grande bontà d’animo.

Galileo:
Bontà d’animo! Forse intendete dire che, dal momento che non c’è più niente, che tutto il vino è bevuto e che le loro labbra sono secche, non gli resta che baciare la tonaca! Ma perché non c’è più niente? Perché mai l’ordine che regna in questo paese è l’ordine che esiste in un magazzino vuoto? Perché non v’è altra necessità che quella di lavorare fino a crepare? In mezzo a vigneti carichi di grappoli, ai campi folti di grano! Sono i vostri parenti contadini quelli che pagano le guerre scatenate dal vicario del pio Gesù in Spagna e in Germania! Perché Gesù ha posto la terra al centro dell’universo? Ma perché la cattedra di Pietro possa essere il centro della terra! E’ solo di questo che si tratta. Avete ragione voi: non si tratta dei pianeti, ma dei contadini dell’Agro Romano. E non venite a parlarmi dell’alone di bellezza che emana dalla vecchiaia! Sapete come si sviluppa la perla nell’ostrica? Un corpo estraneo insopportabile, per esempio un granello di sabbia, penetra dentro al guscio, e l’ostrica, per seppellire quel granello secerne calce; e in questo processo rischi la morte. Allora, dico io, al diavolo la perla, purchè l’ostrica resti sana! Le virtù non sono appannaggio unicamente della miseria, caro mio. Se i vostri genitori vivessero prosperi e felici, potrebbero sviluppare le virtù della prosperità e della felicità. Oggi, invece, i campi esausti producono coteste virtù di esaurimento, ed io le rifiuto. Amicole mie nuove pompe idrauliche potrebbero operare miracoli ben maggiori di tutto quel grottesco affaccendarsi oltre l’umana capacità…..Crescete e moltiplicatevi! Perché le guerre spopolano i territori e i nostri campi sono sterili. Bisogna dunque proprio mentire alla tua gente?

Ludovico:
Vedo che avete compiuto tutti i preparativi. Signor Galileo, la mamma ed io trascorriamo nove mesi su dodici nelle nostre terre in Campania e possiamo assicurarvi che i nostri contadini non si lasciano distrarre dalle vostre memorie sulle lune di Giove. Troppo duro è il lavoro nei campi. Ma, se venissero a sapere che ormai si possono attaccare impunemente le sante dottrine della Chiesa, potrebbero esserne turbati. Quegli infelici, non dovete scordarvelo, nella loro condizione di bruti, fanno un’accozzaglia di tutto. Sono come le bestie, né più né meno: roba da non credere. Basta che circoli la voce che una pera è cresciuta su un melo, e loro lasciano a mezzo il lavoro nei campi e si mettono a ciarlare.
Galileo (con interesse):
Dici davvero?

Ludovico:
Bestie. Se vengono alla fattoria a lagnarsi per qualche inezia, la mamma è costretta a far frustare un cane in presenza loro: per ricordargli quale è il loro posto, non c’è altro mezzo. Oh! Forse voi, qualche volta, avete già assaggiato le nostre olive e mangiato soprappensiero il nostro cacio; ma della fatica, della vigilanza continua che tutto questo esige, non ve ne fate nemmeno un’idea!

Galileo:
Giovanotto, ti prego di credere che io non mangio mai il cacio soprappensiero. (Villano). Mi fai perdere tempo! (Grida verso l’esterno). Siamo pronti con lo schermo?

Andrea:
Si. Venite?

Galileo:
Ma tu, Ludovico Marsili, non ti limiti a frustare i cani solo per ricordare ai contadini qual è il loro posto: o mi sbaglio?

Ludovico:
Signor Galileo, avete un cervello meraviglioso. Peccato.

Fulgenzio (stupito):
Vi minacciava!

Galileo:
Sicuro. Potrei istigare i suoi contadini a pensare in modo nuovo. E anche i suoi servi, e i suoi fattori.

Federzoni:
Ma come? Neanche loro sanno di latino.

Galileo:
Potrei scrivere in volgare, per i molti, anziché in latino per i pochi. Per le nuove idee, quella che ci serve è la gente che lavora con le mani: agli altri non interessa conoscere l’origine delle cose. Quelli che vedono il pane solo quand’è sulla tavola, non vogliono sapere come è stato cotto: canaglie, preferiscono ringraziar Dio piuttosto che il fornaio! Ma quelli che, il pane, lo fanno, quelli sapranno capire che niente si muove da sé. Tua sorella, Fulgenzio, mentre gira il torchio delle olive, non farà le grandi meraviglie, anzi facilmente si metterà a ridere, quando saprà che il sole non è un’aureo scudo nobiliare, ma una leva: e che se la terra si muove, è perché il sole la fa muovere.


 

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