Il delitto di Piazza dei tavolini

Era la mattina dell’11 settembre del 1596, una mattina di fine estate.
Nella piazzetta dei Tavolini, davanti alla porta di ingresso di una abitazione piuttosto modesta, due sbirri stavano vigilando e spingendo indietro i curiosi che si cercavano di avvicinarsi.
Molte persone infatti si erano riunite in capannello proprio lì davanti a commentare ciò che era accaduto, parlando spesso a sproposito, come sempre avviene quando nessuno sa per certo cosa sia occorso, mirando a fare del sensazionalismo e raccontando particolari a dir poco fantasiosi.
Nessuno in realtà sapeva ancora cosa fosse successo; quel poco che si sapeva era soltanto che gli uomini del Bargello erano arrivati nel quartiere per raccogliere indizi sulla tragedia avvenuta nottetempo.
Gli sbirri di guardia si erano lasciati sfuggire soltanto che “si aspettava la Misericordia per remuovere un cadavere”.
Di lì a poco i Fratelli della Misericordia fecero la loro apparizione e il corpo di una giovane e bella donna, imbrattato del sangue che sgorgava da una grandissima ferita sul collo, venne trasportato via sotto gli sguardi atterriti dei curiosi.
La vittima del fatto di sangue era una donna francese, moglie di Giuseppe De Roche, che era arrivato da poco a Firenze con l’intenzione di stabilirvisi per aprire un’attività di commercio di seta.
In città pochissimi lo conoscevano, un po’ perché era un tipo piuttosto riservato, un po’ perché quasi non parlava italiano e lo si vedeva in giro soltanto con un suo connazionale, Federigo Firman, che si diceva dovesse diventare suo socio.
Della moglie si sapeva ancor meno, la si vedeva raramente uscire e solo col marito, cui era stata immediatamente affibbiata l’etichetta di uomo geloso, data l’avvenenza della giovane sposa che era prontamente stata notata da un gruppetto di giovani dongiovanni che stazionavano all’angolo di via dei Tavolini.
Il De Roche geloso effettivamente lo era, tanto che aveva imposto alla moglie di non affacciarsi alle finestre, dopo un litigio causato dagli sguardi troppo insistenti dei damerini all’angolo.
Ma le comari della zona, con lingua tagliente, sostenevano che questo rimedio non servisse a niente, poiché il “nemico” De Roche se lo era messo in casa da solo.
Federigo Firman, il probabile socio, era un giovane di trent’anni, alto, slanciato, elegante e con modi cortesi: tutto l’opposto del povero De Roche, che era un uomo piuttosto brutto e trasandato.
La giovane sposa non doveva essere rimasta insensibile al fascino dell’avvenente Firman, che spesse volte era stato visto entrare in casa in momenti in cui il De Roche era assente…
Da un diario inedito che riporta il fattaccio, si è venuti a sapere che il De Roche un giorno si trovava dal barbiere vicino casa per farsi radere la faccia; suo malgrado si trovò ad ascoltare una conversazione tra due uomini presenti nella bottega che, non conoscendolo, stavano parlando proprio di sua moglie, asserendo che essa fosse l’amante di Firman, precisando che gli incontri tra i due avvenissero proprio all’interno della dimora coniugale.
Il tarlo della gelosia, misto al germe della rabbia, fece sì che il De Roche aprisse gli occhi e cercasse il riscontro o l’inattendibilità delle notizie giuntegli agli orecchi.
Dissimulando i suoi sentimenti, si mise a investigare, pedinando l’amico, e non tardò ad accorgersi della fondatezza delle parole ascoltate. La cosa che però lo ferì più di ogni altra fu scoprire che la colpa maggiore era proprio della moglie, che aveva brigato in ogni modo per irretire Firman, che aveva tentato vanamente di resisterle.
De Roche da quel momento ebbe in animo un solo desiderio: la vendetta.
I due amanti erano ormai convinti che il marito non sospettasse niente per cui si fecero più avventati e non appena De Roche lasciava l’abitazione, Firman si introduceva in casa.
La sera del 10 settembre De Roche, dopo cena, con la scusa di doversi allontanare per lavoro da Firenze per qualche giorno, lasciò l’abitazione.
Appena il marito ebbe raggiunto la Via dei Pittori (Via Calzaiuoli), la giovane donna fece il segnale convenuto all’amante, il quale si precipitò tra le sue braccia.
Durante la notte, mentre i due godevano di amorosi amplessi, rallegrati dal fatto di poter trascorrere la notte e lunghe ore di lussuriosi giochi assieme, il De Roche, che dalla Via dei Pittori non si era mai allontanato, fece irruzione nella camera da letto, armato di un pugnale, con il quale inferse una tremenda ferita al collo alla moglie fedifraga, mentre Firman riuscì a cavarsela con una ferita superficiale ad un braccio, riuscendo a scappare, nudo come un verme, per le buie vie di Firenze. Riuscì a giungere in Santa Croce, dove bussò alla porta dei frati per chiedere asilo.
De Roche, per contro, ebbe una sorte peggiore.
Venne catturato dai birri mentre tentava di lasciare la città, venne rinchiuso nel carcere delle Stinche, dove attese per qualche mese, prima che i Signori Otto lo processassero.
Ma c’è un finale a sorpresa: De Roche venne assolto e “non gli fu fatto patire gastigo veruno”.
Riuscì infatti a dimostrare il torto fattogli dalla donna “e li magistrati convennero che il delitto suo dovesse considerarsi quale meritata punizione fatta subire alla mogliera per lo grave torto fattogli nel cercato adulterio”.
La sentenza suscitò un certo scalpore in tutta Firenze, ma trascorsa qualche settimana, la vita riprese il normale corso.
Ne approfittò Firman che, travestito da frate, se la svignò di gran carriera facendo rientro a Lione.

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