Enea incontra Andromaca

Giunto a Delo, isola sacra al dio Apollo, Enea consulta l’oracolo per apprendere quale sia la terra che il destino gli ha assegnato. L’anziano Anchise però interpreta non correttamente il responso; ricordando che uno dei progenitori di Troia, Teucro, venne da Creta, pensa che questa isola sia l’ “antica madre” indicata dal dio per il ritorno a casa della loro stirpe. Qui approdano i Troiani e fondano una nuova città, ma attraverso un prodigio Apollo rivela all’eroe che la terra che il fato ha in serbo per lui non è quella, bensì l’Italia che fu culla dell’altro progenitore dell’antica stirpe troiana, Dardano: lo stesso Enea, risponderà così poi a Didone sulla sua destinazione: “Italia vo cercando, che per patria / Giove m’assegna, autor del sangue mio”. La stirpe di Dardano, e quindi anche di Enea, discendeva dunque dal padre degli dei”.

Gli esuli a questo punto riprendono il viaggio. Una tempesta li spinge alle isole Strofadi, dove sono assaliti dalle Arpie, mostruosi uccelli dal volto femminile; giungono quindi, dopo varie peripezie, a Butroto, nell’Epiro, dove apprendono una notizia che riempie il loro cuore di stupore e gioia: Eleno, figlio di Priamo, è il nuovo re di quelle terre, e ha tratto in matrimonio Andromaca, colei che era stata moglie del grande Ettore, l’eroe figlio di Priamo, ucciso sotto le mura di Troia da Achille. Eleno, come detto, era figlio di Priamo e di Ecuba, ebbe il dono della profezia. Dopo la caduta di Troia, venne condotto schiavo in Epiro, regno di Pirro, che aveva sposato Andromaca. Dopo la morte violenta di Pirro, diventò re egli stesso e sposò Andromaca, che come suddetto era stata un tempo la moglie di suo fratello.

«Qui un’incredibile fama di eventi colpisce gli orecchi:
il priamide Eleno regna su città greche,
entrato in possesso della sposa e dello scettro dell’eacide Pirro,
Andromaca di nuovo passata a un marito conterraneo.
Rimasi stupito; il petto acceso da amore
mirabile, parlare all’uomo, conoscere i grandi eventi.
Avanzo dal porto, lasciando le navi e la riva,
mentre per caso nel bosco, dinanzi alla città, presso l’onda
d’un falso Simoenta, Andromaca libava rituali vivande
e mesti doni al cenere e invocava i Mani
sul tumulo d’Ettore, che aveva consacrato vuoto
con verde zolla, e due are, causa di lagrime.
Come mi vide sopraggiungere e scorse d’attorno
armi troiane, smarrita, sconvolta dal grande prodigio,
impietrì nel guardare, il calore le lasciò le ossa;
vacilla, e a stento, trascorso gran tempo, parla:
“Reale è il tuo aspetto, reale messaggero mi giungi,
o figlio della dea? E vivi? oppure, se la luce vitale
disparve, Ettore dov’è?” disse, e versò lagrime
e riempì l’intero luogo di grida. Rispondo appena
rare parole a quella furiosa e turbato schiudo le labbra:
“Si, vivo, e trascino la vita per tutti gli estremi
pericoli; e non dubitare, vedi cose reali.
Ahimè, che sorte ti accolse strappata ad un grande
sposo? o quale abbastanza degna fortuna ritorna?
Andromaca d’Ettore, serbi le nozze di Pirro?”.

Reclinò il volto e parlò con voce sommessa:
“O unica felice tra tutte la vergine priamea,
fatta morire sul tumulo del nemico, ai piedi
delle alte mura di Troia, che non sopportò sorteggio,
né prigioniera toccò il giaciglio d’un padrone vincitore!
Noi, incendiata la patria, portate per mari lontani,
forzate alla schiavitù, sopportammo l’insolenza del figlio
di Achille, giovane superbo: il quale in seguito,
mirando a Ermione lodea e alle nozze spartane,
trasmise in possesso me serva al servo Eleno.
Ma quello, infiammato da grande amore per la sposa
rapita e agitato dalle Furie dei delitti di Oreste
coglie alla sprovvista e lo massacra presso le patrie are.
Alla morte di Neottolemo, una debita parte del regno
passò a Eleno, che dal nome troiano di caone
chiamò i campi caonii e tutta la terra Caonia,
ed eresse sulle cime Pergamo e questa tocca iliaca.
Ma a te che venti, che fati assegnarono il corso?
O quale dio ti spinse ignaro alle nostre rive?
Che ne è del piccolo Ascanio? Vive e respira l’aria,
lui che a te già Troia …?
E quale amore il fanciullo conserva della madre perduta?
Forse nell’antico valore e nell’animo virile
il padre Enea e lo zio lo incita, Ettore?”.
Tali parole effondeva piangendo e levava
lunghi e vani lamenti, quando con un numeroso seguito
avanza dalle mura il priamide eroe Eleno,
e riconosce i suoi, e li guida lieto alle soglie,
e molte lagrime sparge tra ogni parola.
Procedo, e saluto una piccola Troia e una Pergamo
che imita la grande, e un arido ruscello dal nome
di Xanto, e abraccio le soglie di una povera Scea.
I teucri si rallegrano con me di una città sorella. »

Eneide, Libro III, 294-352

Virgilio si collega all’Andromaca di Omero e alla sua condizione di donna: quella omerica è un’Andromaca sposa, figlia, sorella e madre, che soffre in ognuno di questi ruoli e che sopporta sulla sua figura tutte le varie fasi del “tempo”. Per lei un grande dolore infatti arriva sia dal passato e dalla sua memoria, sia dalla drammaticità del presente, sia dall’incertezza del futuro, da cui presagisce tragedie incombenti. Tuttavia l’originalità di Virgilio si mostra in tutta la sua grandezza.

Virgilio sottace alla sorte tragica di Astianatte, dell’umiliante prigionia e della passione che avrebbe nutrito per lei Pirro (riferimenti però presenti in altre fonti). Il poema virgiliano pone inizialmente Andromaca solo nel passato. Il presente altro non è che una patetica prosecuzione, una pallida imitazione mentre addirittura del futuro non vi è traccia, esso non sembra neppure esistere. Pur sposa, adesso, di un troiano di nobile nascita, e pur tornata idealmente alla famiglia di Priamo, Andromaca sembra ignorare il nuovo marito, gli altri esuli e perfino il glorioso destino di Enea che pur conosce. Andromaca rivolge sé stessa unicamente alla memoria di Ettore e del figlio Astianatte.

Ella appare sulla scena in atto di celebrare un rito funebre dinanzi a una tomba vuota, per poi rivolgersi ad Enea, con un’interrogazione agitata e drammatica, in cui il passato smette di essere ricordo e memoria per diventare quasi una realtà possibile. Una sorta di caduta in un vortice disperato dominato da fantasmi interiori.

Poi però la comparsa del piccolo Ascanio. La toccante scena d’addio e dell’offerta dei doni non è, infatti, solo un segno d’affetto mostrato ad un “secondo Astianatte”, ma anche un uscire fuori (forse per la prima volta) da quel vortice e dal potere delle memorie tenaci, ponendosi in una nuova condizione di accettazione di un futuro ancora indecifrabile, ma che grazie a quel fanciullo, non più respinto, non temuto e da cui non si nega che possa giungere, per altri e forse anche per sé una qualche consolazione. Come “altro Astianatte”, Ascanio la porrebbe al passato; ma come figlio di Enea, egli la volge al futuro.

Virgilio non fa agire Ascanio ed è possibile immaginarlo solo attraverso gli occhi di Andromaca. Il fanciullo è il fulcro del contrasto psicologico, che si risolve facendo del ritornato Astianatte un Ascanio teso al futuro e, del domani, una paura trasmessa, attraverso il presente, da un passato non più fosco e cupo. Così facendo, Virgilio restituisce Andromaca a tutte le dimensioni del tempo, e non più solo isolata al passato, piegando la drammaticità ad una scena di composta armonia.

Con la vicenda di Andromaca il poeta mostra come la più grande tragedia può essere quella interiore, racchiusa, segreta, del cuore, e non trova gesti e/o parole che possano esprimerla, se non in maniera parziale o imperfetta, oppure con allusioni. La vita che coesiste con la morte in una condizione che va a negare l’una e l’altra mentre le avvicina in una sorta di equilibrio inquietante e che, non più umana, impone, anche per questo motivo, come opera sacra, il silenzio.

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