Guerra sociale a Roma

LO SCOPPIO DELLA GUERRA SOCIALE

Cari lettori, rieccoci qui al nostro solito appuntamento con la storia è quest’oggi vi parleremo del decennio successivo al 100 a.C., che si aprì tra forti tensioni politiche e sociali, processi e rese di conti tra le parti che si erano contrapposte durante la guerra giugurtina e germanica, ed i ripetuti consolati di Mario. Per porre un po’ d’ordine nelle procedure di presentazione delle leggi, un provvedimento del 98 a.C. rese obbligatorio un intervallo di tre nundinae (giorni di mercato a cadenza settimanale) tra l’affissione di una proposta di legge e la sua votazione. Veniva inoltre vietata la formulazione di una lex satura, cioè di una disposizione che includesse più argomenti non connessi tra loro. Continuava frattanto il conflitto fra senatori e cavalieri per impadronirsi in esclusiva dei tribunali permanenti per i processi di concussione. Nel 92 a.C. una giuria equestre aveva condannato per malversazione Publio Rutilio Rufo che, come legato in Asia, aveva tentato di arginarvi lo strapotere e gli abusi dei pubblicani. Rufo se ne era andato in esilio a Smirne tra quegli stessi provinciali che era stato accusato di aver appresso. Fu un esempio lampante delle disfunzioni del sistema, che mise in piena luce i pericoli e i limiti, non solo potenziali, ad esso congeniti. Nel 95 a.C. una legge Licinia Mucia aveva istituito una commissione per verificare le richieste di cittadinanza romana che venivano avanzate e per espellere da Roma ogni residente italico e latino che fosse risultato illegalmente inserito nelle liste del censo. In questa atmosfera fu eletto tra i tribuni della plebe nel 91 a.C. Marco Livio Druso, figlio dell’omonimo Livio Druso che si era opposto a Caio Gracco. Figura enigmatica di aristocratico, egli tentò di destreggiarsi tra le varie parti con una politica di reciproca compensazione. Da un lato promulgò provvedimenti di evidente contenuto popolare, come una legge agraria volta alla distribuzione di nuovi appezzamenti e alla deduzione di nuove colonie e una legge frumentaria che abbassava ulteriormente il prezzo politico delle distribuzioni granarie. Dall’ altro restituì ai senatori i tribunali per le cause di concussione, proponendo però l’ammissione dei cavalieri in senato, che veniva aumentato da trecento a seicento membri. Infine a coronamento di tante pressioni e di una lunga maturazione del problema, volle proporre la concessione della cittadinanza romana agli alleati italici. Ancora una volta l’opposizione fu vastissima e quando Druso venne misteriosamente assassinato, le aspettative, l’esasperazione e il sentimento di ribellione degli Italici avevano raggiunto un punto da cui non era più possibile tornare indietro. La differenza di stato giuridico e sociale tra i cittadini di Roma e gli alleati latini e italici non aveva suscitato grandi contestazioni agli inizi del II secolo a.C., quando essa trovava riscontro in differenze etniche e culturali e quando l’orizzonte della maggioranza di tali comunità era limitato ad un quadro politico locale o regionale. Ma essa aveva perso molta della sua ragion d’essere via via che l’Italia era penetrata in uno spazio mediterraneo che le conquiste e gli scambi commerciali avevano sempre più unificato e nel quale le aristocrazie sia romane sia italiche tendevano a perdere molte delle loro ancestrali particolarità e tutto il modo di vivere della gente di rango veniva stemperandosi in un fondo comune fortemente impregnato d’ellenismo. Essa diveniva ancor meno accettabile quando serviva a giustificare una disuguaglianza di trattamento che si manifestava in tutti gli aspetti della vita civica. La condizione del cittadino romano era divenuta sempre più vantaggiosa e ciò aumentava l’irritazione e le rivendicazioni degli Italici, consci di aver ampiamente contribuito ai successi militari di Roma, anche nelle recenti campagne contro Cimbri e Teutoni. Delle distribuzioni agrarie beneficiavano i soli cittadini romani; gli Italici non solo ne erano esclusi ma vedevano riassegnati a cittadini terreni da loro a lungo utilizzati e messi in cultura. Essi partecipavano allo sfruttamento economico delle provincie ma sempre in funzione subalterna rispetto ai cittadini e spesso vessati dai magistrati romani. Non avevano parte alcuna nelle decisioni politiche, economiche e militari, che pur vedevano largamente coinvolti i loro interessi. Persino nell’esercito tutta la struttura era concepita a favore dei cittadini romani. L’assassinio di Druso fu per gli alleati italici il segnale che non vi era altra possibilità di difendere le proprie rivendicazioni che la rivolta armata (comunemente definita guerra sociale, cioè dei socii, degli alleati italici) contro Roma. D’altro canto a Roma non si comprese affatto della gravità della situazione, tanto che si approvò un provvedimento che perseguiva per lato tradimento i capi della “cospirazione italica” e i cittadini romani loro complici. Il segnale delle ostilità partì da Ascoli, nel Piceno, dove un pretore e tutti i Romani residenti nella città vennero massacrati (90 a.C.). L’insurrezione si estese sul versante adriatico presso Piceni, Vestini, Marrucini, Frentani, presso Marsi e Peligni, nell’Appennino centrale, e Sanniti, Irpini e Lucani nell’Appennino meridionale, cioè presso le popolazioni tra le quali più ampio era stato il processo di integrazione con Roma, legato alla comune partecipazione alle conquiste e ai commerci, e che più erano state interessate all’applicazione della legislazione agraria. Apuli e Campani si aggiunsero in un secondo momento, mentre non aderirono Etruschi e Umbri, al pari delle città latine e della Magna Grecia. La guerra fu lunga e sanguinosa. I Romani si trovarono a combattere contro gente armata e addestrata allo stesso modo loro, con identiche tecniche di attacco e difesa, spesso perfino contro ex commilitoni che avevano condiviso gli stessi campi di battaglia sotto medesimi comandanti. Gli insorti si erano dati nel frattempo istituzioni federali comuni, una capitale, Corfinium, nel Sannio, subito ribattezzata Italica, una monetazione propria. I loro scopi però non erano completamente unitari: in alcuni ambienti prevaleva l’esigenza di conseguire la cittadinanza romana, in altri dominava lo spirito di rivalsa contro Roma. Furono messe in campo tutte le forze migliori e si spartirono tra i due consoli del 90 a.C. i due principali settori d’operazione. A settentrione (Piceno, Marsica, regioni ad est del lago Fucino) il console Publio Rutilio Lupo aveva come propri legati Cneo Pompeo Strabone (padre del futuro Pompeo Magno), che aveva vaste proprietà nel Piceno, e addirittura Caio Mario; lo fronteggiava il marso Quinto Poppedio Silone, capo dell’intera federazione italica. A meridione (Sannio e le zone a sud di esso) l’altro console Lucio Giulio Cesare aveva tra i suoi luogotenenti Lucio Cornelio Silla. Si ebbero sconfitte e distruzioni su entrambi i fronti, il console Publio Rutilio Lupo cadde in combattimento e le ostilità a settentrione dovettero essere continuate sotto la direzione di Mario. L’incerto andamento delle operazioni fece maturare a Roma, già nel 90 a.C., una soluzione politica del conflitto, con lo scopo immediato di limitarne l’estensione. Con un primo provvedimento si erano già autorizzati i comandanti militari ad accordare la cittadinanza agli alleati che combattevano ai loro ordini. Venne poi approvata, su proposta del console Lucio Giulio Cesare, una legge (lex Iulia de civitate) che concedeva la cittadinanza romana agli alleati rimasti fedeli (tra questi le colonie latine) e alle comunità che avessero deposto o deponessero rapidamente le armi. A questa si aggiunse, l’anno successivo (89 a.C.) la lex Plautia Papiria che estendeva la cittadinanza a quanti degli Italici si fossero registrati presso il pretore di Roma entro sessanta giorni. Nel medesimo anno Cneo Pompeo Strabone, divenuto console, faceva attribuire (lex Pompeia) il diritto latino agli abitanti dei centri urbani a nord del Po (Transpadana). Ai magistrati di queste comunità veniva così aperto l’accesso alla cittadinanza romana. Tali misure circoscrissero la rivolta, anche se questa si trascinò ancora con una certa virulenza, tanto che vi perdette la vita l’altro console dell’89 a.C., Lucio Porcio Catone. I successi più ragguardevoli furono conseguiti da Cneo Pompeo Strabone, che riuscì infine ad espugnare Ascoli, e da Lucio Cornelio Silla, che riconquistò il Sannio e la Campania spezzando le ultime resistenze. Nell’88 a.C., eletto console, assediava Nola, ultima roccaforte ribelle. Con la concessione della cittadinanza a tutta l’Italia fino alla Transpadana si inaugurava sia un processo di unificazione politica dell’Italia sia una nuova fase nella storia delle istituzioni di Roma, con ripercussioni importanti nella costituzione del corpo civico e nella vita stessa della città. Roma si avviò ad assumere sempre più i caratteri di una grande metropoli cosmopolita.

 

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